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Il Viaggio di Arlo: film di un’altra era

The Good Dinosaur, inspiegabilmente diventato “Il Viaggio di Arlo” da noi, è una buona pellicola. 
Non tra le migliori e non fra le peggiori della Pixar, superficialmente se cercate del ristoro mentale è ottima, una pellicola per i più giovani, andrete sul sicuro con i lucertoloni della Pixar, non temete.
Il risultato grafico rimane comunque il più alto mai raggiunto dalla casa, la perfezione dei fondali possiede un fotorealismo impressionante, vi perderete a guardare i dettagli naturali.
La cosa che ci ha preoccupato è un'altra: il suo significato.
Molti seguendo la storia di Arlo si troveranno persi, penseranno di trovarsi davanti a qualcosa di banale, semplice, forse penseranno al “Re Leone” (come se il riscatto dopo una perdita sia stato inventato in quella pellicola) oppure alla Disney ancora precedente e si dispiaceranno.
È quello che è successo a noi nella prima parte della pellicola, per i primi venti  minuti non sapevamo dove sbattere la testa, la noia aveva scalato la nostra schiena e aveva raggiunto la spalla solo per sussurrarci all'orecchio “lo hai già visto” oppure “sai già come andrà a finire”.
Se avrete alte aspettative e magari un certo gusto cinematografico probabilmente è così che vivrete la prima parte della pellicola almeno fino all'arrivo dei T-Rex.
Perché proprio fino a quel momento? Perché i Tirannosauri sono mandriani.
Ok, piccolo passo indietro: Arlo è il più gracile di una robusta famiglia di Apatosauri, i collilunghi, in qualità di erbivori, sono agricoltori, hanno una fattoria, un silos e del grano da mietere.
Arlo è l'unico però che non ha ancora dimostrato di essere “capace di badare a se stesso”, sempre impaurito, sbadato e debole non aspetta altro che un momento di riscatto.
Arlo, travolto dagli eventi, si ritroverà spinto lontano da casa, dalla sua fattoria e in compagnia proprio dell'animale che rubava loro il grano (l'uomo). Il piccolo dinosauro dovrà dimostrare di potersela cavare e tornare a casa, alla sua fattoria.
Poi incontra i T-Rex ed è tutto chiaro: gli erbivori sono contadini, i carnivori sono mandriani e i velociraptor ladri di bestiame.
E allora tutto acquista un senso: ciò che pareva banale, che sapeva di già visto è semplicemente una scelta, il Viaggio di Arlo è un western.
Non un Western come lo state immaginando ora, Eastwood o Wayne non c'entrano. È un western anni 50, in stile Rin-tin-tin e Rusty, il bambino disperso sulle montagne con solo il suo cane a occuparsi di lui.
Quanti spettatori italiani però potranno intuire una cosa del genere? Un riferimento cinematografico che salva la pellicola, ma che fa rimando a un target che mai andrà a godersela.
Nemmeno i genitori potranno aver vissuto in prima persona quel tipo di western, forse i nonni, un riferimento sicuramente molto più sentito in America che qui da noi nello stivale.
È questa la complicazione che ci blocca: se il Viaggio di Arlo è un Western Anni 50 la sua storia non poteva essere costruita in altro modo, non si tratta di banalità ma dell'unico registro espositivo che potevano adottare per conferire alla trama il sapore che volevano che avesse.
Una scelta talmente fine e ricercata che potrebbe diventare un'arma a doppio taglio.
Una volta compreso il rimando, la pellicola rinasce scalando in fretta il lungo collo del dinosauro Pixar incastonandosi saldamente tra le sue vertebre sopra Brave, Cars e Cars 2 (il peggiore, ma comunque riuscito, tra tutti i film Pixar).
Il nostro consiglio è  di andare a vedere Arlo immaginandolo fin da subito come un western, sarà l'unico modo che avrete per comprendere il suo valore. Altrimenti  dovrete accontentarvi di vedere un buon film dalla casa della lampada saltellante.  
Ma perché accontentarsi? In sala in Italia da mercoledì 25 novembre.

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