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The Cloverfield Paradox: uno sguardo oltre al marketing

The Cloverfield Paradox è il terzo film dell’universo nato dall’originale Cloverfield del 2008. Si tratta tecnicamente di un prequel, anche se come vedremo la trama è sufficientemente piena di riferimenti ad anomalie spaziotemporali e paradossi che non ci sentiamo del tutto sicuri nemmeno di questa semplice affermazione.
Ci sono tante cose da dire su questo film, tanti angoli da affrontare. Iniziamo con due parole sulla trama. Il setting di The Cloverfield Paradox è il vicino futuro; la Terra ha quasi esaurito le sue risorse energetiche e c’è grande tensione fra le potenze internazionali, pronte a contendersele con la forza. L’unica speranza per evitare una catastrofica guerra mondiale per il controllo delle poche risorse rimaste è la stazione spaziale Cloverfield, dove scienziati e ingegneri provenienti da tutte le parti del mondo (ma che parlano soltanto inglese e mandarino, visto che la Cina è un mercato da coccolare…) collaborano per portare a compimento un ambizioso esperimento con l’acceleratore di particelle della stazione, con lo scopo di creare una fonte di energia pulita, gratuita ed inesauribile.
Sulla Terra, alcuni apparenti complottisti cercano invano di mettere in guardia la popolazione sul possibile “paradosso Cloverfield” che potrebbe generarsi a causa di quelle incontrollabili manipolazioni del tessuto dell’universo. Effetti imprevedibili, portali verso altri mondi e orrori mostruosi potrebbero scatenarsi, perfino se l’esperimento avesse successo.
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Se state pensando che è esattamente quello che si verifica nel film…beh sì, avete ragione. Non c’è nessuna sorpresa nel vedere che nell’esperimento qualcosa va storto, e i protagonisti si trovano teletrasportati lontano dalla Terra. Da questo momento eventi incomprensibili iniziano a verificarsi con frequenza crescente: apparizioni di persone mai viste, arti tagliati, oggetti svaniti e leggi della fisica totalmente ribaltate. Gli scienziati dovranno fare ricorso a tutta la loro competenza, il loro sangue freddo e la loro capacità di sacrificio per tornare a casa, salvare la Cloverfield e salvare la Terra dalla crisi energetica, e dagli effetti imprevisti del loro esperimento.
Quella che avete letto è la trama, e se vi sembra piuttosto generica è perché tutto sommato lo è. Potrebbe non essere necessariamente un problema, però: il franchise Cloverfield ci ha abituato ad esempi di storie estremamente semplici, che partono da pochi elementi forti e li usano come punto di partenza per sviluppare personaggi, tensione narrativa, un intreccio particolare. Purtroppo, nulla di tutto questo avviene nel nostro caso. Il problema più grosso di The Cloverfield Paradox è proprio la mancanza di tutti quegli elementi che trasformano storie semplici e stereotipate in memorabili ed interessanti: non c’è un vero approfondimento delle ragioni per cui avvengono gli strani eventi di cui il film è pieno, quindi ben presto si smette di cercare di far quadrare il tutto e si inizia ad accettare passivamente questa serie di momenti senza un reale valore per la narrazione. Ben presto smettono di venire percepiti come i colpi di scena per cui sono stati concepiti, ed è un peccato, perché contestualizzarli meglio avrebbe evitato lo spiacevole effetto “Lost”, presente e forzato in buona parte del film. I personaggi risultano purtroppo piuttosto anonimi, e questo è interamente per colpa della sceneggiatura, non degli attori, che a onor del vero fanno tutti il miglior lavoro possibile. Il casting di questo film è eccellente: Gugu Mbatha-Raw, vista in Black Mirror, è la protagonista del film, David Oyelowo è il comandante della stazione, e il resto del gruppo degli scienziati è interpretato dagli ottimi Daniel Bruhl, John Ortiz, Chris O’Dowd, forse il migliore dell’insieme, Aksel Hennie e Zhang Ziyi. Il loro talento non è purtroppo abbastanza per colmare le carenze di personaggi superficiali e mal scritti, che in ultima analisi non impariamo a conoscere e quindi non amiamo.
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C’è un altro punto che dobbiamo citare, il quale riguarda la genesi di questo film. The Cloverfield Paradox non è nato come un episodio del franchise Cloverfield, ma come film del tutto scollegato, dal titolo God Particle, su cui poi è stata “applicata” una connessione ai film precedenti. Purtroppo l’operazione è assai evidente, e le scene, le battute e i riferimenti inseriti per creare un ponte verso il resto della serie saltano all’occhio come anomalie, corpi estranei di cui si sarebbe potuto sicuramente fare a meno. Se quest’opera fosse uscita come God Particle sarebbe certamente riuscita meglio: ci sarebbe stato più spazio per gli ingredienti mancanti di cui abbiamo parlato, non ci sarebbe stato bisogno di rincorrere il finale più ovvio e telefonato della storia e avremmo potuto ottenere un film con una sua identità. Certamente non sarebbe bastato questo per trasformarlo in un capolavoro, ma in un riuscito film horror/fantascientifico senza pretese esagerate? Forse sì.
Cloverfield Paradox verrà ricordato più per la geniale manovra di marketing che ne ha accompagnato il lancio che per i mancati meriti del film in sé. Non arriviamo a dire che si tratta di una porcheria totale, perché quelle hanno tutta un’altra faccia: si tratta comunque di un film godibile, sia dai fan della serie e sia da chi non ha mai sentito parlare di Slusho in vita sua. Solo, regolate le vostre aspettative: abbiamo detto “godibile”, non “buono”.

Gabriele Bianchi

Lettore, giocatore, conoscitore di cose. Storico di formazione, insegnante di professione, divulgatore per indole. Cercatelo in fiera: è quello con la cravatta.

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Un commento

  1. Dragon Age Origin è stato uno dei giochi più belli a cui io abbia mai giocato, mentre il 2 è stato qualcosa di abominevole ai miei occhi. Un gioco che ho concluso a forza solo per andare avanti con la storia. Questo ritorno alle origini mi piace assai, speriamo bene.

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