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Blonde: dentro Marilyn | Recensione

L'attesissimo film con Ana de Armas debutta alla Mostra di Venezia

Un altro grande titolo attesissimo fa il suo debutto alla 79° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Stiamo parlando di Blonde, film scritto e diretto da Andrew Dominik che vede Ana de Armas nei panni di una delle più grandi dive di tutti i tempi, Marilyn Monroe. Un’opera ambiziosa e intensa, che abbiamo potuto scoprire qui alla Mostra e che siamo pronti a raccontarvi.

Blonde va oltre il biopic su Marilyn Monroe

Sulla carta questo progetto si presenta come un’opera biografica, che porti lo spettatore alla scoperta della vita di una delle più grandi leggende del cinema. In verità però, c’è qualcosa di più: Blonde non si limita a raccontare la storia di Marilyn Monroe, ma diventa un vero e proprio studio del personaggio, scoprendola per flash corrispondenti alle sue relazioni e film più importanti.

L’idea è quella di cercare di conoscere al meglio questa figura, ancora più che gli eventi che ha affrontato. Viviamo le oltre due ore di film con lo sguardo puntato su di lei oppure assumendo il suo stesso punto di vista. Cercando di entrare in contatto con il mito che ha segnato l’immaginario di una società intera. E forse ancora di più con la sua “identità segreta” Norma Jeane Baker.

Dominik affronta di petto il compito di confrontarsi con questo personaggio, andando ben oltre la narrazione lineare. Il regista sperimenta, cambia continuamente il ritmo e il tempo, modifica il formato dell’immagine, giocando a confonderci. Ci sono momenti in cui il film su Marilyn Monroe sembra diventare un film di Marilyn Monroe, distorcendo di continuo con il nostro immaginario.

Soprattutto nella fase iniziale questo può essere straniante. Serve qualche minuto per entrare nell’ottica del film e comprenderne l’approccio. Una volta che però abbiamo superato il primo impatto, Blonde diventa uno spettacolo da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un piccolo tributo da pagare per riuscire a entrare davvero in connessione con Norma Jeane e la sua alter ego.

La linea di confine tra le maschere

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Photo by Netflix

Questo è un film che parla anche di maschere, che si trovano una sovrapposta all’altra. Perché la vera protagonista di Blonde, come rimarcato più volte, non è Marilyn Monroe, ma Norma Jeane. La bionda diva è solo il personaggio che interpreta per la gran parte della sua vita, immersa in una recita continua. E a sua volta, Marilyn indossa una maschera per i propri film.

Ipotizzando di poterci mettere in una prospettiva laterale, di vedere la protagonista di profilo, possiamo immaginare di vedere tutte queste maschere una sopra l’altra. Soprattutto, possiamo studiare come queste continuino a essere in movimento, diventando più o meno spesse, allontanandosi e riavvicinandosi a quelle che le precedono o le seguono nella pila.

Non dobbiamo poi dimenticarci che esiste poi un quarto livello, alla base: Ana de Armas. Risulta affascinante indagare Blonde come un’opera che in alcuni punti segue un’attrice che indossa la maschera di Norma Jeane Baker, che indossa la maschera di Marilyn Monroe, che indossa la maschera dei personaggi che via via incarna nei suoi film. Ma la verità è che questo quarto livello spesso ce lo dimentichiamo durante la visione.

Ana de Armas regala infatti una performance straordinaria. Al di là di qualsiasi ‘giochino’ di ricostruzione delle scene della vita di Marilyn Monroe (con i classici confronti delle sequenze reali e quelle del film che sicuramente popoleranno il web all’uscita del film), questa attrice sparisce davvero nel ruolo. Ne replica perfettamente l’animo complesso – oltre che il sorriso – dimostrando un talento eccezionale. E così quel livello che la separa dalla maschera di Norma e Marilyn si fa sottilissimo, a volte quasi invisibile.

Blonde va oltre la retorica di Marilyn Monroe

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Photo by Netflix

Raccontare la vita di un’icona, soprattutto questa icona, rischia sempre di portare con sé una grande dose di retorica. La femme fatale che ha conquistato il mondo e ha fatto girare la testa a milioni di uomini. La bionda svampita dei film che nella realtà non era né bionda, né svampita. Le relazioni bollenti, lo sguardo sempre puntato dei riflettori, le spirali distruttive, il mistero della morte, il dolore dietro il sorriso.

Blonde non cade nella trappola, o quantomeno non lo fa con tutte le scarpe. Ci sono accenni qua e là, che sembrano quasi un modo per aiutare la comprensione per la parte del pubblico che non conosce approfonditamente il personaggio. Inserti rapidi che sono quasi dannosi per la pellicola, proprio perché veloci, didascalici e appunto retorici.

Ma al di là di questo, Blonde evita di essere quello che ci aspettiamo. Non è un semplice racconto della storia di Marilyn, con i classici beat del biopic, né un film a uso e consumo del grande pubblico (pur restando accessibile), né una mera celebrazione di un personaggio che ne rimarchi solo gli aspetti appena sotto la superficie.

No, questo film scava più a fondo, portandoci a conoscere il vero dolore che ha caratterizzato la vita di questa donna. Una persona che forse più di chiunque altro ha vissuto l’alienazione del mondo dello spettacolo, diventando letteralmente altro da sé. Una delle rappresentazioni più lucide di sempre della malinconia del clown.

Blonde, la storia di Marilyn Monroe come non l’avete mai vista

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Photo by Netflix

Quello che ha realizzato Andrew Domink è quindi un film profondo e stratificato, che ci guida lungo una spirale oscura cercando sempre un modo nuovo per rappresentarla. Ne usciamo provati sicuramente, ma intensamente colpiti da questo sguardo a una figura che di sguardi addosso se ne è sentiti tantissimi negli anni, anche dopo la sua morte.

Sarà sicuramente uno dei film di cui si parlerà di più nella stagione cinematografica in arrivo e non escludiamo che possa trovare spazio nella cerimonia di premiazione di sabato. Non prendete impegni per la sera del 28 settembre quando debutterà su Netflix.

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Blonde
  • Oates, Joyce Carol (Autore)

Mattia Chiappani

Ama il cinema in ogni sua forma e cova in segreto il sogno di vincere un Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nel frattempo assaggia ogni pietanza disponibile sulla grande tavolata dell'intrattenimento dalle serie TV ai fumetti, passando per musica e libri. Un riflesso condizionato lo porta a scattare un selfie ogni volta che ha una fotocamera per le mani. Gli scienziati stanno ancora cercando una spiegazione a questo fenomeno.

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