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La storia italiana di “quelli degli anni Novanta” ha una nuova voce: i documentari

Gli anni Novanta sono stati un decennio intenso e particolare. Un periodo temporale durante il quale hanno cominciato a prendere piede diverse innovazioni che hanno caratterizzato i primi anni Duemila. Il mondo probabilmente ha cominciato a cambiare in quegli anni, ma ancora non lo sapevamo. Meno ancora potevano accorgersene i bambini e ragazzini di allora, gli stessi che oggi inneggiano di essere “quelli degli anni Novanta”. Probabilmente gli stessi che hanno anche vissuto gli ultimi anni di spensieratezza (relativa), prima di entrare nel nuovo millennio. Qui si è attraversata una crisi e una guerra dopo l’altra, a partire dall’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Non tutto però è stato così idilliaco, a quel tempo.

Anche noi degli anni Novanta abbiamo delle storie da raccontare, appartenenti al contesto storico, culturale, sociopolitico e, perché no, di attualità che hanno connotato gli ultimi (o quasi) momenti del ventesimo secolo e, insieme, del secondo millennio. Un’occasione anche per prestare attenzione a questa nuova “vague” di rilancio dei documentari e del motivo per cui sta rifulgendo di nuova luce questa tipologia produttiva dell’intrattenimento. Una moda fugace come il passaggio di una cometa, o un trend che si rivelerà abbastanza stabile?

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L’Italia degli ultimi anni del ventesimo secolo attraverso i documentari e le serie TV

Fatti di cronaca talmente simbolici, e differenti gli uni dagli altri, oggi protagonisti di un nuovo, incredibile boom che sta tangendo le produzioni concepite per il mondo dello streaming: i documentari. Senza andare a pescare nel mare magnum di titoli che raccontano vicende estere, anche in Italia abbiamo per le mani validi esempi nostrani. Questi raccontano in maniera varia tra loro i casi che hanno fatto la storia del nostro Paese, ma che molto probabilmente non vedranno i libri di storia. Forse.

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La nostra disamina prende in considerazione soprattutto titoli usciti abbastanza recentemente. Vi sono riferimenti a diversi momenti focali della storia televisiva e della cronaca italiana, fino a risalire a circa quarant’anni or sono. Prendiamo il caso di un documentario e di una docu-serie TV. Il primo, targato Netflix, è Wanna, dedicato al fenomeno del trio Vanna Marchi, Stefania Nobile e Mário Pacheco do Nascimento (meglio noto come Mago Do Nascimento).

Il secondo è Circeo, serie TV recentemente lanciata sulla nuova piattaforma Paramount+. Il titolo racconta con un punto di vista lontano dal voyeurismo e dal mero riporto su schermo il caso di cronaca dello stupro e massacro avvenuto nel settembre 1975. Due esempi, questi, che per caso, oppure no, sono legati da un fil rouge: l’empowerment femminile, da leggersi in modalità ben differenti.

Wanna, o di come non tutti sono stati “D’accordo?!” con lei

Nel caso di Wanna, abbiamo di fronte due donne, che non si sono fermate di fronte a nulla, senza paura, come se avessero fatto un patto col diavolo. In quattro puntate, ci viene raccontata l’ascesa assurda da capogiro, fino ai primi scivoloni e la condanna finale alla prigionia di Vanna Marchi e Stefania Nobile. Vanna ha aperto un vero e proprio business fondato prima sui prodotti cosmetici, per poi arrivare a vendere il nulla, la menzogna, la truffa. Insieme alla figlia.

Il documentario, un progetto made in Italy realizzato da Alessandro Garramone e Davide Bandiera, si pone anche come un revival degli anni Ottanta e Novanta. Non mancano nemmeno diversi volti storici della televendita italiana, tra cui “Il Baffo” Roberto da Crema, Roberto Artigiani, Walter Carbone e tanti altri ancora. Il senso nostalgico di cui sono intrise queste immagini amarcord è palpabile. Soprattutto per “quelli degli anni Novanta” che avevano semplicemente assorbito i momenti di televendita in maniera forse ancor più superficiale di telespettatori più adulti, o come momento di intrattenimento puro. Ora questo ricordo riemerge con un tuffo al cuore, capendo quanto tempo è trascorso da allora. 

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Wanna, non a caso con la doppia v, racconta un fenomeno per certi aspetti trash, basando un documentario su un tema mai approfondito prima: la televendita. Guardando più a fondo, riprende la storia di una truffa, di una televenditrice aggressiva e spietata. Ha fatto del body shaming il suo cavallo di battaglia quando ancora tutto, o quasi, era permesso. E chi non era “D’accordo?!” l’aveva pagata cara, economicamente e psicologicamente parlando. 

Circeo, ricostruire una vita spezzata

Se da un lato abbiamo un esempio di empowerment femminile in negativo, vi è anche un secondo caso interessante, distante da Wanna per contesto e per stile narrativo. È Circeo, la serie italiana che riprende in maniera originale le vicende delle ragazze coinvolte nell’omonimo massacro, a quasi quarant’anni dai fatti.

Spesso questo fatto viene però ripreso e citato nei discorsi di cronaca per svariati motivi. In particolar modo perché una delle due vittime, Donatella Colasanti, è sopravvissuta alla tragedia, portando su di sé i molteplici segni di un dramma difficilmente raccontabile ed esprimibile.

La potenza femminile nel racconto viene qui espressa invece con una libertà narrativa che si sono presi gli autori. Hanno introdotto la figura fittizia di Teresa Capogrossi (Greta Scarano), un’avvocatessa che prende le difese della vittima e con la quale intesse un rapporto solidale e fondamentale ai fini del racconto. La cosiddetta intesa femminile, l’intuito e la sensibilità sono gli ingredienti che consentono alle due donne di entrare in sintonia e di raccontare l’accaduto in modalità originali e fresche. Non si dà spazio al fatto di cronaca, ma a una sorta di analisi psicologica e storica dell’accaduto.

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Siamo di fronte a un nuovo punto di vista, che considera la vittima come persona umana, con i suoi strascichi, la sua forza di mordere di nuovo la vita e di ricostruire un’esistenza rotta e interrotta.

Non di sola mafia vive la produzione italiana nell’intrattenimento

Sono documentari di questo calibro che ridanno lustro a storie lontane per chi come quelli degli anni Novanta non sono state vissute tramite TV e giornali. O più semplicemente non c’era la naturale maturità di analisi critica e di comprensione di un processo giuridico per persone così giovani. Abbiamo storie da raccontare, e non solo di mafia. Queste sono state ampiamente presentate nelle svariate versioni di serie TV, film e documentari dedicati a Falcone, Borsellino, Buscetta e altri ancora. Ci sono altri momenti, anche un po’ più di nicchia, ma non meno importanti, che meritano di essere rispolverati e mantenuti in memoria.

Gli eventi che hanno punteggiato la nostra storia sono diversi e anche ben più profondi di un fenomeno televisivo come Vanna Marchi. L’interesse nella produzione di documentari da parte di Netflix si è rivolto anche verso storie italiane ulteriori a SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano. Un titolo di successo dedicato all’ascesa e alla caduta di Vincenzo Muccioli, fondatore dell’emiliana comunità di recupero per tossicodipendenti a San Patrignano.

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Un frangente di storia italiana, quest’ultimo, che tocca un tema sensibile di caduta e risalita di tante persone altrimenti abbandonate alla loro perdizione. Oltre a essere rimasto ben poco toccato dai racconti della memoria collettiva. Un fatto che sembra essere però lontano dall’interesse generale, nonostante la figura di Muccioli sia rimasta piuttosto controversa nel corso delle inchieste, seguite da un breve periodo di carcere. Non parliamo poi dell’affetto che ha suscitato in parecchi “pazienti” del centro, che lo vedevano quasi come un santo (o un santone). In contrasto con chi invece li considerava “detenuti” di una prigione nel nulla e lo colpevolizzavano di aver lavato il cervello ai giovani.

Tra documentari dedicati a omicidi e sparizioni del passato

SanPa è una delle tante questioni irrisolte che costellano la storia italiana, come nel caso di Marta, altro documentario Netflix dedicato all’omicidio di Marta Russo all’Università La Sapienza di Roma. Uno dei casi più noti della cronaca italiana del tempo. In sole tre puntate vengono riprese pedissequamente le scene dell’epoca, le chiamate telefoniche e le interviste (di ora e di allora) a parenti e familiari, oltre che gli interrogatori nel corso del processo. Una fine senza senso, le cui vicende vengono recuperate ripercorrendo la condanna per omicidio colposo aggravato a Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Si passa poi alla ricostruzione virtuale e tridimensionale del cortile dell’università, per risalire alla dinamica degli eventi. Un’occasione per prendere atto anche delle tecnologie utilizzate all’epoca e prendere atto del contesto dell’epoca in cui si inseriscono le vicende narrate. Un ulteriore modo di conoscere l’Italia che fu.

Questo delitto si accompagna a un altro fatto pluricitato: Emanuela Orlandi e la sua scomparsa, raccontati nella nuova docuserie Vatican Girl: la scomparsa di Emanuela Orlandi su Netflix. Il progetto riporta sotto i riflettori uno dei casi di cronaca mai risolti e fin troppo complesso. Il documentario è disponibile dal 20 ottobre e non mancherà probabilmente di sollevare critiche, per via del coinvolgimento di figure e cariche piuttosto elevate all’interno della Santa Sede.

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L’informazione in questi documentari, derivante da archivi spesso targati RAI, viene quindi ritenuta ancor più di qualità e certificata per via delle fonti a cui si attinge nella messa in scena dei contenuti. Ricordiamoci però che siamo pur sempre nel mondo dell’intrattenimento. In qualche modo bisogna rendere il tutto in chiave più appetibile per lo spettatore, che non è certo alla ricerca di una pura lezione di legge. Quindi non si tratta solo di

Il futuro dei documentari italiani

Possiamo dunque sostenere senza alcun dubbio che stiamo vivendo una proliferazione della produzione documentaristica in questi ultimi anni. Lo si respira non solo dai progetti realizzati finora, ma anche da quelli in divenire. La casa di produzione di SanPa, 42, continua ad approfondire storie italiane recenti, ma in diverse modalità. Non solo con un film su Vittorio De Sica, ma anche tramite due docuserie: una sull’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, intitolata appunto Yara e uscita nel 2021. L’altro titolo è invece dedicato alla storia di Gianfranco Franciosi, il meccanico diventato collaboratore della Polizia contro i narcos.

La produzione documentaristica in generale sta evidentemente vivendo un ottimo periodo, per svariati motivi. Consente di portare novità di titoli e di vicende nei cataloghi streaming, dove spesso si lamenta di trovare offerte ormai troppo simili tra loro. Consente anche di far conoscere fatti di un passato non troppo lontano anche ai più giovani spettatori. Non solo, è immancabile e innegabile la sete di conoscenza con un certo sottofondo voyeuristico. La ricerca del dettaglio morboso che spesso aleggia in queste circostanze cerca soddisfazione nella visione di titoli di tal genere. Senza dimenticare che i casi rimasti irrisolti rendono pan per focaccia a chi si immagina un finale più definito della vicenda. E la speculazione si spreca.

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Questo boom dei documentari rimane però, attualmente, una novità ben accolta, che sta vivendo un aumento sempre più evidente delle visioni sulle piattaforme streaming. Si innesta in un contesto sempre più ricco di titoli di varia natura, quasi in stato di surplus oseremmo dire. Se però si cercava sempre di più una sorta di originalità all’interno dei cataloghi, i documentari non sono il genere più nuovo del mondo, anzi.

Se pensiamo che i programmi educativi e appunto i documentari sono stati i primi a fare capolino sullo schermo della TV agli albori di questo medium, parliamo di linguaggi non solo presenti da lungo tempo, ma anche di interesse e buona accoglienza da parte degli spettatori. Un modo come un altro, oggi, per raccontare la storia italiana che “quelli degli anni Novanta” non hanno conosciuto appieno a quel tempo.

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