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Un luogo cui tornare

Del terremoto e del conseguente tsunami del 2011 in Giappone se ne è parlato molto e se ne è scritto altrettanto; sono passati due anni e gli stessi che prima ne discutevano tutti i giorni, sezionando l'accaduto, adesso non ne accennano neanche, come è normale che accada.
Ora ci si potrebbe lanciare in speculazioni, riassunti, critiche o panegirici, ma sinceramente non è ciò che mi interessa in questo momento. 
Vorrei piuttosto spendere due parole per raccontare qualcosa che credo almeno una volta abbia attraversato la mente di tutti quanti, e mi piacerebbe che voi deste il vostro contributo, dopo aver letto quanto ho da dire.
Ci sono luoghi che ti entrano dentro a volte quasi per caso, all'improvviso, altre volte dopo lungo tempo, dopo averne scoperto particolari che nessuno conosce… 
In un certo senso è proprio come innamorarsi. 
E quando avviene, ti volti e ti accorgi che non è facile come pensavi, tornare indietro.
Mi riferisco a spazi semplici come un quartiere, un parco, una stanza, oppure a luoghi un po' più complessi come intere città o paesi, con le loro culture, le tradizioni, le persone che ci abitano. Sia perché vi è accaduto qualcosa di speciale, sia perché in qualche modo sentite di esservi legati, questi luoghi “esistono”.
Penso che ognuno abbia il suo, quel posto che entra sottopelle, cui si sa di appartenere anche solo in piccola parte, e che, ogni volta in cui ci si torna è come se si potesse tirare un sospiro di sollievo.
Per molti questo luogo è il Giappone.
Chi ci ha vissuto per studiare, chi l'ha visitato percorrendone ogni strada, che vi ha passato un'estate, chi desidera andarci così intensamente da avvertirlo quasi come un bisogno fisico.
Quando, chiudendo gli occhi ne senti i rumori, il chiacchiericcio delle persone per le strade affollate che si mischia alle pubblicità trasmesse dai mega schermi, ai programmi musicali, allora sai che non c'è più scampo. E ancora il frinire quasi assordante delle cicale, che culla come una ninna nanna le menti intontite dal caldo umido dell'estate. Le urla degli studenti liceali di un paesino di periferia, che di prima mattina si allenano nel campo della scuola indossando le uniformi della loro squadra di baseball.
Entrare in un conbini d'inverno per ripararsi dal freddo e acquistare uno spuntino troppo dolce o rifugiarsi in uno Starbucks per un litro di caffè, tre bustine di zucchero e una grande vetrata attraverso cui osservare la pioggia che picchietta sugli ombrelli trasparenti dei passanti.
Il ramen caldo nei ristoranti grandi quanto uno sgabuzzino con l'insegna più grande della porta d'entrata, la gentilezza quasi esasperante dei commessi nei negozi e gli abiti e i cartelloni pubblicitari così colorati da farti girare la testa. Il rosso del legno laccato nei templi, i torii che sembrano porte d'accesso per un altro mondo e i verdi boschi silenziosi. Attendere il verde ad un semaforo di un piccolo incrocio, con un bambino e il suo cappello giallo ad osservarvi incuriosito tenendo la madre per mano.
L'immobilità della vita di prima mattina e le luci della notte, che abbagliano come il sole se si sale abbastanza in alto da poterle vedere tutte.
Il caos che diventa ordine piegando il capo e l'ordine che esplode nel caos per la frustrazione…
Poi pensi che la terra ha tremato e che è arrivata la distruzione, come in passato era avvenuto nel Kantō, nel 1923, quando noi non eravamo nemmeno un pensiero. E poi Kobe del 1995.
Quindi una volta ogni tanto, magari  intorno all'11 di marzo, viene naturale fermarsi e riflettere un istante. Si sa che sono cose che possono succedere, che accadono tutti i giorni, seppur non con la stessa intensità, ma si spera sempre di non doverne mai sentire la notizia al telegiornale.
Perché quando ami, nulla si dimentica e nulla si cancella, nel bene e nel male.
E, alla fine, tutto quello di cui hai voglia sono solo poche parole:
“ただいま…” (tadaima, eccomi a casa)
おかえり” (okaeri, bentornato)
 
Prima di salutarvi e chiudere per questo mese vi chiedo: qual è il “vostro” luogo? 
See you space cowboy

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Un commento

  1. Ammetto di essere fra quelli che “desiderano andarci così intensamente da avvertirlo quasi come un bisogno fisico”.

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