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Hyperion

La luce era bassa, calda, rifletteva delle diverse sfumature della terra perché si rifrangeva sul legno degli scaffali; gli unici rumori che infastidivano il silenzio erano il frusciare della carta e quello dei passi sul parquet. 
Pareva quasi che la gente avesse perduto la voce, una volta varcata la soglia di quel luogo e a volte lui pensava che fosse plausibile che un incantesimo agisse tra quelle mura.
Scosse la testa e si diede dello stupido. A volte, soprattutto dopo aver appena finito di leggere un libro particolarmente coinvolgente, finiva per perdere di vista i confini, consumandoli come una striscia di liquirizia.
Riprese a prendere volumi dagli scaffali; ogni volta che arrivava in biblioteca prendeva sempre una decina di libri, ispirato dalla copertina, dal nome dell'autore, dal titolo… Quindi si appartava in una delle stanzette che nessuno usava e si prendeva qualche minuto per studiarli e decidere quali portarsi via.
In quei giorni non era particolarmente ispirato, faceva fatica a voltare le pagine e ogni volume gli sembrava più pesante di quanto non fosse in realtà, ogni frase scritta talmente fitta da non avere la forza di leggerla.
Già… qualcosa non andava; era troppo stanco, troppo demotivato, gli era difficile fare anche quelle poche cose che sempre lo avevano aiutato a rilassarsi. Si chiudeva in casa, le tende chiuse e le tapparelle leggermente abbassate, si chiudeva in se stesso e faceva fatica ad uscirne.
Persino quel giorno aveva dovuto combattere per vestirsi e varcare la soglia dell'appartamento: non capiva, e forse non voleva capire.
Non aveva idea di quando le cose avevano cominciato a prendere quella piega, forse dopo l'incidente, forse addirittura prima. Questi pensieri gli affollavano la testa mentre sceglieva distrattamente i libri, aveva cominciato ad impilarli l'uno sull'altro quasi con rabbia, fino a che non gli caddero tutti.
Fece tanto rumore che tutti i presenti si girarono ad osservarlo, i loro sguardi di disapprovazione avrebbero potuto competere come quelle riservate a chi bestemmia in una chiesa, se solo fossero state accompagnate da dita puntate e bocche spalancate.
Per un attimo rimase immobile, non sapendo cosa fare, almeno fino a quando una sedia non venne spostata e qualcuno gli si avvicinò per dargli una mano. Non riusciva ad alzare la testa per cui vedeva solo il braccio sottile e la mano delicata che lentamente, quasi come se i libro potessero farsi male, raccoglieva romanzo dopo romanzo. 
Fino a che non ne rimase solo uno sul pavimento scuro, la copertina colorata spiccava come sangue sulla neve. Fu quello l'unico libro che raccolse lui: Hyperion.
Se lo rigirò tra le mani e la consistenza gli parve perfetta. 
Alzò il viso è guardò la ragazza negli occhi. 
“Quello è molti romanzi, non solo uno. Ci saranno diversi mondi in cui perderti”, la sua voce era acuta come quella di un personaggio di un cartone animato.
“Questi non ti serviranno” disse chinando il capo, si voltò, lasciandolo in mezzo alla sala con il libro in mano, e andò a riporre i libri al loro posto.
Per lui fu abbastanza, tornò a casa e cominciò a leggere, e poi lesse di nuovo e poi ancora.
Quindi per un mese tornò alla biblioteca, ogni giorno, sperando di rincontrare quella strana ragazza dalla voce buffa.
“Che mi dici di Simmons allora?”
Udì il trentaquattresimo giorno, poco fuori dall'edificio. Aprì la porta per lei e sorridendole cominciò a raccontare…

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