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I pilastri della terra

Più veloce! Più veloce maledizione!
Correva o almeno cercava di correre, i muscoli non rispondevano ai comandi e le gambe sembravano inutili radici che la ancoravano al terreno.
Presto… presto continuava a ripetersi mentre il sentiva il fiato bruciarle in gola, e gocce di sudore gelide scenderle sulla fronte accaldata.
Arrancava, arrivò addirittura ad artigliare ogni superficie che aveva a portata di mano per cercare di darsi un'ulteriore spinta e portarsi un po' più avanti, ma ormai sapeva che l'avrebbe raggiunta….
Si svegliò con uno scatto, come se ancora stesse correndo invece di essere sdraiata nel suo letto, coperta di stoffa e sudore, intrappolata nel pigiama. Spalancò gli occhi, che inghiottirono il buio tanto da esserne colmati; era cieca e disorientata, sospesa in equilibrio precario sulla sottile linea tra ciò che è reale e tutto ciò che non lo è. Rimase per qualche istante immobile, il suo respiro come unico rumore ad assordare il silenzio, poi si alzò e il legno tiepido sotto i piedi nudi la ricollegò con se stessa.
Si diresse in cucina, camminando nell'oscurità fatta di fruscii e pareti di velluto, con la vestaglia che si agitava come un mantello a pochi millimetri dai suoi talloni. 
Il cuore ancora non aveva ripreso a battere in maniera normale mentre alla flebile luce della cappa sopra i fornelli osservava l'acqua bollire. Era sicura che una tazza di tisana alla cannella sarebbe riuscita a distenderle i nervi, chissà magari riusciva a non perdere un'altra notte, magari un buon libro e qualcosa di caldo l'avrebbero salvata.
Il volume era massiccio, benché nel formato economico,  la copertina nera come l'oscurità che la circondava era spiegazzata, consumata, e le pagine avevano acquisito le diverse sfumature dell'ocra. Se ne era impossessata in biblioteca, l'aveva trovato lì nel cesto dei libri in regalo e forse l'aveva preso perché le dava  una sensazione di tristezza, come se fosse stato abbandonato, dimenticato, come se ancora avesse qualcosa da raccontare.
Ormai ne aveva letto quasi metà. Alla luce del giorno aveva notato sottolineature e commenti scribacchiati ai margini, ma non vi aveva dato troppa importanza, leggeva di corsa cercando di arrivare presto alla fine per passare al prossimo libro. In quel momento, forse per l'ora tarda, forse perché ancora scombussolata dall'incubo, accarezzò gentilmente ogni pagina voltandola, sorbendo ogni parola come se si cibasse di inchiostro. Cominciò addirittura ad affezionarsi alla mano che aveva vergato quei commenti, la mano di chi aveva posseduto quel romanzo prima di lei.
Tre tazze di tisana e qualche ora dopo il libro era finito e a lei era completamente passato il sonno: fissava l'ultima pagina in cui, a seguito del punto finale, era scritto un messaggio.. 
Non so per quale motivo proprio ora e su questo libro, 
ma devo lasciare questo mio pensiero.
Vorrei parlare con te, che hai appena finito di leggere questa storia,
che come me hai amato queste parole e tutte quelle che sono mai state scritte.
Perché ne abbiamo bisogno e ne avremo sempre bisogno.
E al posto della firma un numero di telefono.
Il messaggio era datato una decina di anni prima. Per un attimo lei esitò, la mano sospesa sulla cornetta del cordless, i numeri blu dell'orologio digitale che le si riflettevano sulla pelle.
Alla fine si decise.
“Pronto?” la voce dall'altro capo del telefono era calma, leggermente roca ma per nulla impastata, come ci si potrebbe aspettare da una qualsiasi voce alle 3 del mattino.
“L'ho letto…” rispose lei semplicemente, senza presentarsi, senza spiegare per quale ragione stesse chiamando, senza accennare ad alcunché.
La voce, dall'altro capo del telefono, sorrise.
“Parlamene…”

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