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Atlanta 3: ancora più assurda, ancora più geniale | Recensione

Earn, Paper Boi, Darius e Van cambiano continente, ma la qualità non scende

Sono passati quattro anni dalla seconda stagione. E Atlanta ha persino lasciato la Georgia in questa stagione tre, per trasferirsi in Europa per il tour di Paper Boi. Ma la critica sociale resta altrettanto pungente, l’assurdismo al tempo stesso spaventoso ed esilarante. Vi racconteremo cosa ci è piaciuto della stagione 3 di Atlanta in questa recensione. Ma se volete la versione breve: lo show creato da Donald Glover resta la cosa più interessante, diversa e intelligente che c’è in TV, senza rinunciare a fare ridere. Anzi, in questa stagione fa ancora di più, e lo fa ancora meglio.

La nostra recensione di Atlanta, stagione 3

La terza stagione di Atlanta arriva su Disney+ oggi. Ma la seconda stagione ha debuttato negli Stati Uniti su FX prima ancora che Disney avesse un suo servizio di streaming. Se fra la prima (2016) e la seconda (2018) stagione Donald Glover aveva fatto in tempo a vincere due Emmy, nei quattro anni passati per l’arrivo di questi episodi anche il resto del cast ha raccolto un meritatissimo successo.

Brian Tyree Henry (Paper Boi) è diventato un supereroe Marvel, Lakeith Stanfield (Darius) ha ottenuto una nomination agli Oscar, Zazie Beetz (Van) ha incantato tanto in Deadpool 2 che in Joker. Donald Glover (Earn) è uno dei creativi più apprezzati a Hollywood, la voce di Simba, uno dei rapper più apprezzati nel mondo. Un cast talentoso, una writers room pluripremiata: non c’è da sorprendersi che Atlanta abbia successo. Ma non pensate che vivano sugli allori: questa stagione ha ancora più coraggio, humor nero e critica sociale delle precedenti.

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Il coraggio di raccontare storie nuove, in modi nuovi

Nelle scorse stagioni avevamo già potuto apprezzare come Atlanta non abbia paura di innovare. Non solo perché una serie che parla apertamente di tematiche sociali e di etnia non si vede quasi mai in TV. Ma perché non segue i canoni della classica serie TV americana. Abbiamo visto puntate che girate come un programma televisivo locale, altri che vedono i protagonisti alle medie, una puntata con un “finto Michael Jackson” che diventa un episodio horror, un intero episodio dedicato alle avventure di un barbiere.

Ma la prima puntata della terza stagione fa qualcosa che non ci saremmo mai aspettati. Avevamo finito la stagione scorsa con Paper Boi, Earn e Darius che partono per il tour europeo. E invece ci troviamo ancora in Georgia, a sentire i discorsi sulla “whiteness” (l’essere bianchi) di due amici in un barca, uno afro-americano e uno bianco. Ma scopriamo che è tutto un sogno. Però non è un sogno di uno dei protagonisti, ma di un bambino chiamato Loquareeous (Christopher Farrar).

Per tutta la puntata, non vediamo i protagonisti. Durante la premiere di una serie che aspettavamo da quattro anni. E la serie trova un modo per ricollegarsi alla trama principale che è un semplice espediente, come se fosse una cosa pensata all’ultimo minuto. Facendo vedere in maniera ancora più chiara che questa parabola da mezz’ora è totalmente diversa dal resto della stagione. Pur parlando della stessa cosa.

La critica sociale che non diventa predica

La storia di Loquareeous serve a introdurre il ‘tema’ della stagione. Donald Glover e il regista Hiro Murai hanno parlato della “maledizione della whiteness” come centro di queste puntate. E come capita sempre con Atlanta, dopo aver visto le prime puntate della stagione 3, capiamo perfettamente cosa vogliono dire. E al tempo stesso, non siamo ben sicuri di cosa intendano.

La seconda puntata vede i protagonisti ad Amsterdam, dove restano basiti dall’eccessiva gentilezza che i locali hanno per loro. Soprattutto per Al, che può permettersi di tutto con i fan di Paper Boi. Ma al tempo stesso sono perplessi dal personaggio di Zwarte Piet, lo “schiavo nero di Babbo Natale” come lo definiscono. Una figura del folklore olandese che sembra solo un altro esempio della Black Face.

Il motivo per cui Paper Boi non vuole esibirsi davanti a un pubblico di olandesi biondi con la faccia dipinta di nero è chiaro da subito. Ma la critica va oltre quando Earn riesce a sfuggire a una persona che lo aggredisce perché questa scambia uno dei ragazzi con la faccia dipinta nel pubblico per Earn.

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In una solo scena di una puntata, si parla di “black face” e insensibilità culturale, del vedere solo l’etnia e non la persona, con anche un po’ di contrasto fra classi sociali nel sottofondo. E nella prima puntata con Loquareeous vediamo almeno un milione di riferimenti: dalle donne bianche che gli danno il ‘soprannome’ Larry per evitare di imparare il suo vero (e complicato) nome, fino ai richiami di meme culturalmente insensibili e persino fatti di drammatici di cronaca. Tutto in un’unica storia.

Anche quanto la critica sembra ovvia, gli autori di Atlanta la arricchiscono di un’infinità di sfaccettature. Per sintetizzare il tema della stagione abbiamo rubato le parole agli autori, perché se avessimo provato a farlo noi avremmo o scritto un saggio di 300 pagine o detto “boh, un sacco di cose”. Perché lo show è densissimo di significati e humor, battute che potete cogliere per la prima volta dopo tre rewatch.

Atlanta riesce a essere al tempo stesso direttissima, anche usando personaggi stereotipati e critiche dirette, e sofisticata, aggiungendo diversi livelli di critica. Ma soprattutto riesce a farlo senza mai risultare pesante. Il centro della scena lo hanno le disavventure dei protagonisti, la serie fa ridere ad alta voce più volte a puntata, le emozioni sono genuine. Il messaggio passa, proprio perché gli autori non vogliono forzarcelo. Come dovrebbe sempre essere in una storia ben scritta.

Recensione di Atlanta stagione 3, ancora più assurda e sorprendente

La scelta di non mostrare i protagonisti della serie per tutta la prima puntata (o quasi) resterà negli annali come una delle scelte più coraggiose fatte da una serie TV. Ma non è l’unica mossa azzardata della terza stagione di Atlanta.

Il fatto di non girare una serie chiamata come una città dall’altra parte dell’Atlantico potrebbe rientrare fra queste. Ma la serie ha già stabilito da tempo che ‘Atlanta’ non è solo una città, è un modo di essere. L’Europa può dare un cambio di scena per distillare ancora meglio quello che gli autori vogliono raccontare. Anche perché il modo di raccontare resta lo stesso. Anzi, diventa ancora più sfrontato.

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Per non rovinare l’effetto sorpresa, non parliamo dei dettagli di questa scena nella nostra recensione di Atlanta 3. Ma sappiate che nella seconda puntata la ricerca di un cappotto per un’infreddolita Van porta lei e Darius in un viaggio surrealista in una setta laica, il cui finale ci ha davvero shockato. E forse potrebbe centrare anche Tupac Shakur, anche se non siamo sicuri.

Già le prime due stagione avevano elementi di assurdismo tra Kafka e Vonnegut, mettendo in moto una serie di eventi banali per arrivare a conclusioni spiazzanti. Il tutto sviluppando il carattere dei personaggi e facendoci ridere. Ma in questa stagione ci sembra che Atlanta abbia alzato ancora una volta il livello.

Il surrealismo di alcune scene è ancora più accentuato, le coincidenze ancora più assurde. Sembra che la serie abbia ancora più confidenza nel lasciare da parte la verosimiglianza, perché che quello che racconta è vero. Quindi lo può fare in modo assurdo, sopra le righe, senza perdere la nostra attenzione.

Recensione di Atlanta 3: una serie unica

Atlanta non è la solita serie comica. Non potete lasciarla in sottofondo durante la cena, per ridere quando le risate registrate vi dicono di farlo. È un viaggio nell’assurdo della vita di tutti i giorni, uno specchio ironico davanti a una società che credeva ormai di essere multi-etnica e tollerante, un racconto surreale e unico.

Per questo motivo negli Stati Uniti non cessa mai di creare discussione. Soprattutto all’interno della comunità afro-americana, che non sempre si sente rappresentata dalle storie e dal modo in cui Donald Glover e gli altri autori la raccontano. Ma la discussione che genera non fa che sottolineare il fatto che stia toccando argomenti veri, tematiche che meritano di essere raccontate.

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Atlanta fa quello che l’arte (senza bisogno di mettere pretenziose maiuscole) dovrebbe sempre fare: intrattenere prima di tutto, ma comunicare un messaggio. Non una lezione, che risulterebbe pedante, ma un’idea che faccia partire la discussione.

Negli ultimi anni, i “messaggi sociali” nelle serie o nei film sono spesso diventati ‘ingombranti’, con registi e attori che ci gridavano cosa dovevamo imparare dall’altra parte dello schermo. Atlanta è unica perché riesce a stimolare il pensiero senza darci un vademecum per diventare persone migliori (e solitamente finte). Non vuole che le diamo ragione, vuole solo che ci sediamo e ascoltiamo quello che ha da raccontare.

Oh, e poi va bene l’assurdismo e la critica sociale, ma fa veramente ridere.

Stefano Regazzi

Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, Nerd da prima che andasse di moda.

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