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West Side Story, il musical secondo Spielberg | Recensione

Una produzione perfetta che diventa una gioia per gli occhi e per le orecchie

Un fischio lontano. Schioccare di dita. Un ritmo che a poco poco diventa canzone. Il West Side Story firmato Spielberg ha tutti gli elementi del classico musical che debuttò al cinema sessant’anni fa. Ma la maestria del regista nel posizionare la telecamera e il valore immenso della produzione di questo musical lo rende una festa per gli occhi oltre che per le orecchie. Tanto che, nel guardare West Side Story per questa recensione ci siamo più volte chiesti: perché Spielberg ha aspettato il 2021 per girare il suo primo musical?

Recensione di West Side Story, il Musical diventa Cinema

West Side Story racconta una storia nota a tutti: è Romeo e Giulietta ambientato a New York negli anni ’50, con le tensioni gli Sharks e i Jets al posto del conflitto aristocratico tra Montecchi e Capuleti. Anche le canzoni di Leonard Bernstein e parole di Stephen Sondheim sono famosissime, anche per chi non adora Broadway. E allora perché Steven Spielberg ha sentito il bisogno di raccontare questa storia un’altra volta, dopo sessant’anni dall’uscito del primo adattamento cinematografico?

In parte, c’è la questione sociale. La questione razzista, il tema della gentrificazione dei quartieri poveri nelle grandi città: tutte cose che hanno reso questo musical attuale anche in revival teatrali recenti, l’ultimo nel 2009. Ma non crediamo che fosse una tematica necessariamente vicina alla sensibilità del regista americano e dello sceneggiatore Tony Kushner. Anche perché nel film cercano di distillare queste tematiche in modo che siano senza tempo. E quindi non divisive o eccessivamente “politiche”.

Crediamo invece che la decisione di girare uno dei musical “per eccellenza”, famoso a ogni latitudine, sia soprattutto una sfida. Dimostrare innanzitutto l’amore per il genere, senza giustificare il perché tutto un intero quartiere si trova coinvolto in una spontanea ma elaborata coreografia. Ma farlo in maniera distintamente cinematografica. Trasformare il più classico dei musical in un vero e proprio film, non solo una versione registrata dello spettacolo teatrale. E ci è riuscito alla grande.

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Copyright The Walt Disney Company

Una visione grandiosa, realizzata nei dettagli

Se avete visto l’originale West Side Story del 1961 (o qualsiasi altro musical di quel periodo), noterete già dai titoli di testa che Spielberg vuole realizzare qualcosa di diverso. Non nella sostanza: il copione resta simile, con qualche modifica che serve soprattutto a motivare in maniera più chiara le scelte dei personaggi. Ma nella forma, che passa da un milione di diversi dettagli.

Il primo fischio, che sfrutta l’audio stereo del cinema per farvi voltare la testa, da inizio alla sequenza dello scontro proprio come nel musical di Broadway. Ma la telecamera si muove in maniera dinamica in uno scenario costruito con la stessa attenzione della spiaggia di Salvate il Soldato Ryan. Gli scontri fra Jets e Sharks non sono altrettanto violenti, ma il mix di combattimento e coreografia sembra viscerale, pur restando artistico e splendido nell’esecuzione.

Se altri registi si affidano solamente alle capacità canore e di danza degli interpreti, Spielberg fa quello che sa far meglio. Cura ogni dettaglio. I suoni dei piedi che toccano l’asfalto e colpi assestati dalle gag diventano parte della colonna sonora. La telecamera danza quanto un membro dell’ensemble.

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Copyright: The Walt Disney Company

Questo rende le scene corali (come nella palestra dove i protagonisti Tony e Maria si incontrano) avvincenti come le più complesse scene d’azione, coinvolgendovi in pieno. Ma anche i momenti più intimi (come la scena sulle scale antincendio fra Tony e Maria, oppure tutti i momenti con Rita Moreno) sono realizzati alla grande, con la qualità che Spielberg ha dimostrato in più film di chiunque altro. I fan del musical originale saranno entusiasti, cantando sottovoce ‘America‘ o ‘Tonight‘ con gli occhi lucidi. E chi non apprezza il genere avrà modo di ricredersi.

Interpretazioni (quasi) perfette

La produzione di questo film e la regia sono di qualità superba. Ma nessun film emoziona se gli attori non ci coinvolgono. E nei musical devono riuscire a farlo mentre ballano e cantano, il tutto senza rompere l’illusione di essere personaggi in una storia, non cantanti e ballerini. Qualcosa di complicato ma che il cast di West Side Story riesce a portare a casa senza apparente sforzo. Anche le grandi prove recitative e canore sembrano parte di un meccanismo perfettamente oliato.

Rachel Zegler ha una voce celestiale e gli occhi innocenti ma forti che Maria dovrebbe avere: un casting perfetto. Ma l’Anita di Ariana DeBose rischia di rubarle lo scettro di reginetta del ballo. La sua versione di ‘America’ vi entra in testa per non andarsene più, le scene drammatiche sono da annegare nelle lacrime. David Alvarez nel ruolo di Bernardo riesce a essere pericoloso ma affascinante al tempo stesso, Mike Faist nel ruolo di Riff è semplicemente sublime. Anche chi non canta molto ma diverte come l’agente Krupke di Brian D’Arcy James o fa tremare come il Chino di Josh Andrés Rivera lo fa con stile.

Rita Moreno, l’Anita del film del 1961, ci ha davvero sorpreso. Interpreta il ruolo di Valentina che, per i fan dell’originale, nel film svolge la funzione di Doc. Un ruolo importante ma non di spicco. Eppure quando è in scena scalda il cuore e la sua versione di ‘Somewhere’ commuove, pur non avendo più la potenza vocale di sessant’anni fa.

Unica nota negativa nel cast di West Side Story, almeno per la nostra opinione soggettiva in questa recensione, Ansel Elgort. Quando deve solo recitare, ci convince delle emozioni che sta provando il protagonista Tony. Quando canta, ha un’ottima voce (anche se non tale da sostenere i duetti con la bravissima Zegler). Ma quando fa entrambe le cose, ci ha convinto di meno. Sembra che Spielberg abbia fatto scendere tutti dal palco per rendere più naturali le interpretazioni, mentre lui sia rimasto più impostato e rigido sotto i riflettori.

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Copyright The Walt Disney Company

Recensione di West Side Story: andate a vederlo!

I fan dei musical hanno avuto un ottimo anno. In The Heights e Dear Evan Hansen al cinema, l’annuncio dell’arrivo di Wicked. Tanto che potrebbero pensare di non godersi al cinema West Side Story, che è un classico che molti già conoscono. Ma questo film spettacolare merita di essere visto al cinema, se ne avete la possibilità. Incanta gli occhi e le orecchie come il migliore dei film. E come il migliore dei musical, vi ritroverete a canticchiare ‘Maria‘ o ‘Gee, Officer Krumpke‘ quando siete sovrappensiero.

Ma soprattutto, diventa un’occasione perfetta per portare assieme a voi compagn*/amic* e parenti che dicono sempre frasi terribili come “Eh, ma io non sono tanto da musical“. Questo è un classico senza tempo, diretto alla perfezione. La narrazione prosegue con un ritmo serrato (nonostante le due ore e mezza di durata) e i brani, seppur hanno sessant’anni, sono ancora terribilmente orecchiabili.

Spielberg ha realizzato alcuni dei migliori film storici, di guerra, fantascientifici, d’avventura e di altri quindici generi. Di tutti i tempi. Dopo aver visto West Side Story per questa recensione, l’unica critica che possiamo fargli è che avrebbe potuto iniziare a fare musical prima. E sperare che Harrison Ford canti nel prossimo Indiana Jones.

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Autore

  • Stefano Regazzi

    Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, Nerd da prima che andasse di moda.

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