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Trash made in China

Negli ultimi tempi sono stata rapita (nuovamente) dal romanzo classico cinese 西游记, Viaggio in Occidente, 100 capitoli di pura follia, forse più conosciuto come Lo Scimmiotto in una versione ridotta di una trentina di capitoli che però non rendono giustizia alla vastità di scenari ed episodi improbabili che permeano da cima a fondo quest'opera.
Spesso si incontrano eventi surreali e divertentissimi, e se si pensa che risale al 1500 è ancor più sorprendente l'uso di certi espedienti. Una delle scene più bizzarre riguarda l'arrivo dei protagonisti in una terra abitata solo da donne, che si riproducono magicamente. Un po' ingenuamente i protagonisti accettano una coppa di acqua che provoca loro atroci sofferenze al ventre, che inizia a gonfiarsi a dismisura. In breve scoprono di essere incinti ma non basta: iniziano tutte le preoccupazioni di come riusciranno fisicamente ad affrontare il parto, fino a che non trovano la soluzione, ossia bere dalla Fontana dell'Aborto. Naturalmente dopo varie avventure ci riescono e vi risparmio il modo in cui viene descritta la liberazione delle viscere. Ecco, questo episodio, così come molti altri in realtà, mi ha fatto riflettere sull'umorismo cinese a volte estremamente trash nella letteratura, ma poi vi ho immaginati già tutti addormentati dunque ho fatto qualche passo indietro. 
Non ho mai fatto segreto del mio amore verso la Cina e qua e là, soprattutto su facebook, inserisco riferimenti e trashate generiche, ma trovar immagini e video buffi son "cose social" insomma, volevo dare un po' più di spessore a questo mio approfondimento, senza opprimervi con la letteratura del Sedicesimo secolo però.
Così, ho deciso di raccontarvi un po' di esperienze personali per così dire trash, che risalgono alla mia gioventù cinese, eventi davvero accaduti e che non sono dettati dall'ignoranza di pregiudizi come “Ma i cinesi muoiono? Hai mai visto un funerale di un cinese?” ma dall'amore verso questa cultura che, come tutte, ha aspetti positivi, negativi e trash.
Il mio primo viaggio a Pechino è stato poco dopo le Olimpiadi, e allora c'era moltissimo entusiasmo ed orgoglio per quanto era progredita la città per accogliere il mondo, tant'è che a visitare il Villaggio Olimpico si recavano tantissimi turisti provenienti da ogni parte della Cina stessa e gli stranieri laowai, erano qualcosa di nuovo per molte di queste persone. 
Con il mio gruppetto di sole ragazze occidentali e carine, eravamo spesso il soggetto preferito da fotografare da parte di molti; noi ci prestavamo con gioia e vanità a queste attenzioni finché un giorno, nel Villaggio Olimpico appunto, un'allegra famigliola di cui non capivamo alcuna parola perché proveniente da chissà quale angolo remoto della Terra di Mezzo, ci chiese di fare una foto tenendo in braccio la loro bimba di un paio di anni. Accettammo con gioia, che si tramutò in orrore quando la pargoletta rimessa a  terra, corse verso un praticello e senza calar le braghe, ma solo spostando un po' i pantaloni “dal mezzo”, rivelò le sue pudenda per espletare le funzioni vitali (e non intendo ovviamente mangiare o dormire). E lì scoprimmo che i bimbi cinesi sono graziosissimi, ma meglio che stiano giù da dosso, ché non si sa mai.
A proposito di Olimpiadi, moltissimi cinesi hanno chiamato i loro figli Aoyun, cioè Giochi Olimpici, perché non esiste un elenco di nomi a cui attingere come nella nostra cultura, anche se “Olimpiadi” potrebbe essere opinabile come opzione, ma tecnicamente ogni nome è lecito. Potrei scrivere un libro intero sui nomi buffi cinesi, o sulle loro scelte di trovarne uno straniero quando si rapportano con altri Paesi, come un mio studente che voleva a tutti i costi chiamarsi Cristoforo Colombo. 

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Tra l'altro questa mania di cambiare nome apre in realtà una parentesi ancora più immensa, ma cerco di riassumere: i termini occidentali sono spesso impronunciabili in cinese perché la lingua si basa su suoni completamente differenti, ragion per cui i nomi e brand vengono sinizzati e inevitabilmente un po' storpiati. Da qui a sfruttare la diversa pronuncia per “coprire” anche una “scopiazzatura” del prodotto stesso poi il passo è breve, e si vedono fiorire rivenditori di tecnologia chiamati Aippo, oppure Obama Fried Chicken (che col suo faccione non stanca mai di farmi ridere).
Un altro esempio che trovo culturalmente trash è quello di cercare fidanzati/e al parco coi cartelli, peggio ancora se a portare il vessillo dell'appetibilità del pretendente è la madre.
Ma da buona italiana non posso che chiudere togliendomi un sassolino culinario; dopo mesi di soggiorno a Shijiazhuang (vicino a Pechino) in cui mangiavo con gioia solo cucina cinese, non so perché mi lasciai abbindolare da una coloratissima pizzeria che millantava prelibatezze italiane. La mia fetta di pizza era rossa e bianca, sembrava giusta. 
Invece no, pomodori e banane.
Banane.
Erano sei anni che mi portavo dentro il dolore di questo inganno, ora giustizia è fatta.

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