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The French Dispatch: il giornalismo d’altri tempi | Recensione

Un omaggio in bianco e nero al mondo del giornalismo

Non è facile scrivere la recensione di The French Dispatch, soprattutto per chi il mondo del giornalismo lo vive ogni giorno, seppure in maniera molto differente da quello rappresentato da Wes Anderson. Con il film ci si rende conto di quanto questa realtà sia cambiata nel corso degli anni. Di come solo qualche tempo fa un evento “ordinario” potesse nascondere una storia al di là di ogni aspettativa, come quella di un cuoco che riesce a risolvere un caso di rapimento. D’altronde sin dall’inizio Anderson mette in luce questo concetto: dietro ogni cosa si cela un segreto, e non è un caso che in quell’istante compaia la bandiera francese, luogo in cui si svolgono le storie narrate. È un modo intelligente di suscitare curiosità laddove ancora le persone non hanno idea di cosa le attenda in ogni episodio.

Wes Anderson sceglie di aprire la scena con la dipartita del direttore (Bill Murray) di un fittizio giornale cartaceo statunitense che ha sede in Francia. Stiamo parlando del French Dispatch, composto da una redazione immaginaria che trae ispirazione dalle grandi firme del New Yorker, rivista che il regista leggeva quando era un ragazzino.

La recensione di The French Dispatch

Appena uscita nelle sale italiane, la pellicola racconta uno spaccato inedito del giornalismo d’inchiesta. Lo fa attraverso una serie di episodi in cui dà forma visiva agli articoli scritti dalla redazione in una città altrettanto immaginaria, Ennui-Sur-Blasé. Ciò che vedremo sul grande schermo sarà il racconto per immagini di questi testi, scelti tra i migliori contributi del giornale per chiudere l’ultimo numero della rivista. Prima di addentrarci completamente nella recensione di The French Dispatch, vediamo insieme la struttura che caratterizza il film.

Lo abbiamo già accennato: dopo la morte del fondatore della rivista, i membri della redazione decidono di chiudere il giornale con gli articoli più belli pubblicati nel corso degli anni. Wes Anderson parte da una breve panoramica sulla città di Ennui e la nascita della rivista, per poi passare alla vera essenza della storia. Per prima cosa è bene dire che la pellicola si compone di un incipit più breve – The Cycling Reporter di Herbsaint Sazerac (Owen Wilson) – e tre episodi più lunghi.

Le tre storie principali

Tutti i capitoli sono narrati dalla voce fuori campo del giornalista che ha realizzato il contributo per la rivista, il che rende l’articolo ancora più realistico. Ogni racconto, tra l’altro, si conclude con la lettura del pezzo da parte del fondatore della testata giornalistica; un direttore la cui umanità viene messa in mostra più volte, soprattutto nel terzo episodio o quando è necessario fare tagli nella redazione.

Le storie iniziano con la presentazione della pagina cartacea del giornale da cui sono tratte. Ci viene quindi mostrata la titolazione, le parole e le foto che compongono l’articolo “reale”. Dopodiché Anderson ci porta a vivere da vicino quella determinata storia attraverso le immagini – perlopiù in bianco e nero -, descrivendo a chi non può toccare con mano il pezzo, quanto si legge nell’articolo.

Dopo il prologo e il breve capitolo iniziale, scopriamo le 3 storie principali della narrazione con la recensione di The French Dispatch.

The Concrete Masterpiece

The Concrete Masterpiece di J.K.L. Berensen (Tilda Swinton): il pittore assassino Moses Rosenthaler (Benicio del Toro) è condannato all’ergastolo. Durante i suoi anni da recluso, quest’ultimo diventa uno degli artisti più famosi di Francia. Il merito, a detta dello stesso Rosenthaler, è della secondina Simone (Léa Seydoux), sua amante e musa ispiratrice in carcere.

In questo episodio Wes Anderson fa largo uso dell’immagine in bianco e nero, come a volerci portare a tutti gli effetti in quel dato tempo storico. Una particolarità di The French Dispatch infatti riguarda la scelta stilistica di rappresentare il presente a colori nitidi e luminosi e il passato in bianco e nero. All’inizio l’ambiente ripreso in The Concrete Masterpiece appare irriconoscibile ai nostri occhi, e non è ben chiaro il ruolo dei due personaggi principali. La storia infatti prende forma man mano che l’articolo prosegue, tornando indietro nel tempo e spiegandoci attraverso il riavvolgimento del nastro tutto l’accaduto.

Così è possibile comprendere il lato umano di entrambi i protagonisti, il cui rapporto è piuttosto squilibrato ma affascinante. Lei, una secondina dal cuore di ghiaccio e dagli atteggiamenti distaccati nei confronti degli altri. Dura e cruda come poche donne; lui, un uomo che ha che, nonostante l’apparenza burbera, si dimostrerà un uomo bisognoso di affetto e di stima. In fin dei conti entrambi sembrano aver solo bisogno di un po’ di amore in un ambiente che non ne dà abbastanza. Nell’episodio emerge tutta la sensibilità dell’artista, ma anche il dramma di esserlo nel momento in cui l’autostima si perde. È proprio in questo frangente che si fa strada il senso di inadeguatezza e il bisogno di rassicurazioni e apprezzamento da parte degli altri.

Revisions to a Manifesto

Revisions to a Manifesto di Lucinda Krementz (Frances McDormand): la giornalista Lucinda racconta la sua esperienza durante i grandi moti rivoluzionari del ’68, soffermandosi anche sul suo rapporto con il giovane Zeffirelli (Timothée Chalamet). Quest’ultimo è preso dalla scrittura di un Manifesto per i diritti studenteschi. Lucinda, che non dovrebbe interferire con la vicenda di cui sta scrivendo, cerca di dare consigli mirati al giovane e di aiutarlo a “crescere”, in tutti i sensi.

In questo episodio ritroviamo il bianco e nero più vivo che mai. D’altronde il segmento di riferisce a un momento storico in cui i moti studenteschi erano all’ordine del giorno. Parliamo di un tempo in cui la leva era ancora obbligatoria e se disertavi ti aspettava il carcere. In Revisions to a Manifesto il regista usa anche la camera a mano, per muoversi con i suoi personaggi. Ne sottolinea i momenti di tensione, tenendo la telecamera meno ferma, in modo da evidenziare il disagio provato dai protagonisti.

Non manca l’ironia

Nel capitolo si accentua la vena ironica del film di Wes Anderson, che è onnipresente ma in questo episodio è resa benissimo dalla naturalezza dell’interpretazione di Frances McDormand, la vera protagonista di tale racconto. Quest’ultima, credibile anche quando parla guardando verso la telecamera, veste i panni di una donna forte e sola, che sa difendersi bene dalle offese altrui. Sembra non aver bisogno degli altri, ma è davvero così o vuole solo dimostrare di sapere il fatto suo? Timothée Chalamet è invece un ragazzo immaturo. Vorrebbe cambiare le cose, ma alla fine si perde in un bicchiere d’acqua.

Revisions to a Manifesto è il racconto che più mette in primo piano la figura del giornalista rispetto agli altri personaggi coinvolti. Rappresenta il giornalismo puro, quello proprio degli anni ’60, quando i reporter si spostavano da un luogo all’altro per appurare di persona gli eventi e poi scriverne, magari sdraiati sul letto di una camera d’albergo. L’episodio, rispetto agli altri, rimarca in maniera incisiva la diversità nel modo di arrivare alle notizie tra passato e presente. D’altronde l’intera pellicola gioca sui cambiamenti spazio-temporali.

The Private Dining Room of the Police Commissioner

The Private Dining Room of the Police Commissioner di Roebuck Wright (Jeffrey Wright): il giornalista Wright, un uomo dalla pelle scura che si occupa della sezione “cucina” del giornale, si ritrovato invischiato in un caso di rapimento. Tra i rapitori c’ Edward Norton, e non mancano sparatorie, soldi e piatti prelibati. L’intento di quest’ultimo era realizzare un reportage sulla cucina “poliziesca”.

In questo capitolo, l’ultimo del numero di chiusura del French Dispatch, Wes Anderson si dà alla pazza gioia, estremizzando sino all’inverosimile il suo stile inconfondibile; quello fatto di inquadrature simmetriche e geometriche in cui è chiara la ricerca della perfezione estetica dell’opera. Il regista utilizza anche l’animazione 2D nell’episodio The Private Dining Room of the Police Commissioner. Lo fa per mettere ben a fuoco un inseguimento, rendendolo uno dei momenti più interessanti del film.

Durante tutto il minutaggio del film emerge una ricerca estetica accentuata in maniera paradossale, anche rispetto ai suoi film precedenti (vedi Gran Budapest Hotel), che finisce per mettere all’angolo il piano narrativo e a lungo andare porta lo spettatore alla noia. Perché se da una parte lo stile riconoscibile di Anderson è perfetto ed è evidente l’accuratezza maniacale delle sue inquadrature; dall’altra il rischio è proprio quello di perdere di vista il fulcro della narrazione, che in tale episodio manca della giusta forza comunicativa.

Tornando al terzo capitolo della trama orizzontale, l’episodio ci appare molto confuso. Assistiamo a tre storie parallele all’interno dello stesso segmento, il che ne rende più difficile la comprensione, almeno in un primo momento. Eppure è l’episodio che più ci consente di capire che non c’è limite alle esperienze che possiamo fare, perché anche quando – per esempio – un cuoco crede di aver assaggiato tutto, quel tutto diventa niente poco dopo. Come? Basta avere il coraggio di aprirsi a nuove esperienze.

Siamo giunti al termine della recensione di The French Dispatch

Al di là di ciò, possiamo dire che i temi principali sono ben delineati; i personaggi caratterizzati al meglio, anche se sappiamo poco delle loro vicende personali (il regista ha preferito concentrarsi perlopiù sulla scrittura degli articoli piuttosto che sui reporter); e l’atmosfera glaciale che si percepisce più volte nel film intriga, ma allo stesso rende difficile empatizzare con i personaggi sullo schermo.

Infine, ci viene mostrata la redazione del French Dispatch intenta a scrivere il necrologio per il loro direttore. Anche in un contesto così drammatico Wes Anderson non manca di aggiungere una punta di umorismo, questa volta messo in risalto da Owen Wilson.

The French Dispatch è distribuito in Italia da Searchlight Pictures.

Grand Budapest Hotel
  • 20th Century Fox
  • Elettronica
  • Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Adrien Brody (Actors)
  • Wes Anderson (Director)

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