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Glee arriva su Netflix: The show must go on

Con il ritorno su Netflix della serie tv, osiamo gettarci in una lettera di elogio

C’era un fenomeno che ha soffiato sull’America, e successivamente nel resto del mondo, tra il 2009 e il 2015. Un fenomeno così forte da scardinare le convinzioni scettiche del prima, da convincere con una serie musical mai provata, monopolizzare premiazioni e lasciare un’impronta nella propria generazione. Quel fenomeno si chiamava Glee, e il 30 giugno tornerà sul piccolo schermo, grazie a Netflix.

Sei anni di performances

Per coloro che si aspettano di sapere cos’è Glee, questo articolo non fa per voi. Aprite un’altra scheda, scrivetelo e rimediate all’errore. Discorrerne non servirà ad aumentarne l’importanza o a sminuirla. Si definisce fenomeno, nel gergo sportivo campione, qualcosa fuori dall’ordinario, che non si può ignorare. Che sia piaciuta o no, Glee non è stata una serie ignorata. Non è stato possibile per i temi trattati, per il viaggio musicale che ha vissuto, per la forza delle interpretazioni e della serie. Sei anni di performances che rimarranno indelebili nell’immaginario e nella playlist di Youtube. Lasciarla andare a ruota libera non è peccato, ma un dovere.

Ritorna una delle serie che ha ridefinito un genere, introducendo in maniera massiccia la componente musical, valorizzandola con esibizioni studiate, e canzoni che fanno ancora concorrenza alle originali. Reinventare il vecchio per offrire qualcosa di nuovo. Glee. Gli studenti, i professori, gli avversari, i nemici, le dinamiche, i momenti, tutto nella serie tv è un omaggio. La quotidianità di un gruppo di liceali stereotipati, che attraverso la musica, l’amicizia e la forza di volontà sono stati in grado di rompere quei muri così opprimenti costruiti fin dalle prime puntate. Perché Glee non è solo una serie musicale, ma un diario su come superare gli ostacoli, i propri limiti, gli stereotipi, il tutto accompagnato dalle canzoni più famose della storia.

Glee: una serie sull’importanza dell’accettazione

Sembrerebbe un elogio per vendere un prodotto se non fosse vero. È nella forza degli sguardi prima di un’esibizione, nell’energia durante e nella leggera patina di sudore del dopo che si esprime tutta la serie. Glee sta tutta lì. Trovare il coraggio di fare qualcosa che non avresti fatto prima. Divertirti nell’attimo e essere soddisfatto del piccolo traguardo raggiunto. Passo dopo passo stai compiendo quel viaggio interiore che ti renderà la migliore versione di te. E nel cammino non sei da solo. Perché in un gruppo si ha bisogno degl’altri per valorizzare al meglio la performance. L’appartenenza parte dall’accettazione. La squadra brilla più del singolo.

Il tutto è partito con un rosso Don’t Stop Believen’ dei The Journey, canzone che ha continuato ad imperversare per tutta la serie come IL mantra da seguire. Un percorso iniziato all’interno del gruppo, valorizzato e poi esportato. Ha toccato tutti i temi tipici dell’ambiente scolastico (bullismo, diversità, disagi adolescenziali, accettazione) con una sua particolare declinazione, inserendoli in uno spettacolo più grande. Alti e bassi l’hanno consacrato come un fenomeno unico nel suo genere. The show must go on come direbbero i Queen.

Ed ora, a quattro anni dalla sua fine e dieci dal suo esordio, Glee sta per tornare ufficialmente. Tornerà quella piccola rivoluzione americana che ci ha fatto conoscere canzoni per ignoranza mai ascoltate. Torneranno quelle vicissitudini da palco che hanno regalato emozioni, risate, lezioni e coreografie da Broadway. Torneranno tutte e sei le stagioni di quel gruppo di emarginati con voci e movenze da star. Torneranno i voliti noti o meno che sono stati lanciati dalla serie e che della serie fanno un’importante spunta del curriculum.

Il sipario cala, applausi

Colui che scrive è evidentemente un fan della serie e, nonostante l’imparzialità della penna, non si può dire che non sia viziato questo articolo. Capire quanto, come e dove spetta a coloro che (ri)guarderanno la serie. Alla fine basta solo accedere a Netflix, scegliere la serie e farsi catturare dalla prima canzone: Don’t Stop Believen’.

Mattia Russo

Laureato in Comunicazione, Marketing e Pubblicità per farla breve, e aspirante giornalista. Curioso per natura, dalla vena impicciona, tendo a leggere qualsiasi cosa, con un'inclinazione al fantasy. Non sono uno che ama i silenzi e parlo troppo. Pace.

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