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La Regina degli Scacchi è una storia di dipendenza

La miniserie La Regina degli Scacchi non parla solo di scacchi, ma anche delle dipendenze da psicofarmaci

La Regina degli Scacchi è uno dei fenomeni dell’anno appena concluso. A detta di molti una miniserie come se ne sono viste davvero poche. Ha battuto il record di visualizzazioni su Netflix nei suoi primi 28 giorni.

Troppo spesso però ci si è fermati sulla bravura dell’attrice Anya Taylor-Joy,  o su fatti e particolarità degli scacchi, tralasciando un aspetto che caratterizza tutta la serie.  Di fatto La Regina degli Scacchi parla di dipendenza da alcol e psicofarmaci. Un tema per nulla marginale, che è il centro della vita della protagonista Beth Harmon.

La Regina degli Scacchi: di cosa stiamo parlando?

Ne La Regina degli Scacchi (in inglese The Queen’s Gambit) si parla di una ragazzina, Beth Harmon appunto, rimasta senza genitori che trova rifugio in un orfanotrofio. Qui impara a giocare a scacchi e dimostra un livello di competenza fuori dall’ordinario. Una volta adottata inizia a girare gli Stati Uniti partecipando a tornei scacchistici, dove continua a dimostrare la sua bravura. Alla fine va anche a rappresentare gli USA in URSS, dove partecipa ai mondiali di scacchi.

Durante il periodo nell’orfanotrofio Beth  inizia però anche ad assumere psicofarmaci, e ne diventa dipendente. La Regina degli Scacchi parla degli anni ’60 negli Stati Uniti, un periodo in cui gli operatori calmavano i bambini di questi istituti utilizzando questi.

Le “pillole verdi” : la dipendenza ne La Regina degli Scacchi

dipendenza la regina degli scacchi Nel corso della sua permanenza nell’orfanotrofio a Beth viene data una “pillola verde”, chiamata Xanzolam. Questo farmaco non esiste nella realtà ma è ispirato da un vero psicofarmaco, il Librium. Si tratta di un farmaco per regolare l’ansia a base di clordiazepossido.

Il Librium è una benzodiazepina, una classe di psicofarmaci utilizzati per curare problemi d’ansia, agitazione o insonnia. Fanno parte di questa famiglia anche Valium e Ativan.

Attualmente il Librium può essere acquistato in farmacia in Italia, ma soltanto dietro prescrizione medica. Negli anni ‘50 era davvero consuetudine somministrare questo farmaco ed altri ansiolitici ai ragazzini. Soprattutto in situazioni precarie, come negli orfanotrofi.  L’obiettivo era controllarne l’umore e renderli quindi più mansueti.

La legge vietò questa procedura solo negli anni ’60 e anche la trama della miniserie descrive questo cambiamento.

Le benzodiazepine: da cura a droga

C’è una documentazione d’analisi di quando le benzodiazepine erano liberamente in commercio negli Stati Uniti. Siamo negli anni ’50 e ’60, e i medici potevano prescrivere liberamente questi farmaci. Il farmaco si diffuse al punto da divenire uno dei più prescritti al mondo.

La diffusione di questi prodotti ha permesso alle persone comuni di scoprire gli effetti derivanti dall’assunzione di benzodiazepine. In particolare gli effetti miorilassanti, cioè di rilassamento dei muscoli, e psicotropi, cioè la capacità di modificare lo stato psicofisico di chi le assume.

Solo negli anni ’80 gli esperti si sono resi conto della forte dipendenza che generavano. I centri americani per le tossicodipendenze spiegano così come le benzodiazepine siano passate dall’essere uno psicofarmaco legale ad essere classificate come droghe ricreative.  Il loro abuso ed utilizzo fuori controllo medico ha creato migliaia di tossicodipendenti in tutto il mondo.

Conclusioni sulla dipendenza nella Regina degli Scacchi

Arriviamo al punto: spesso chi parla de La Regina degli Scacchi si sofferma soltanto sul fatto che parla di “una ragazza che gioca a scacchi”. Questa visione tralascia un aspetto importante della trama. Diciamo che questa miniserie parla di una ragazza diventata dipendente da psicofarmaci che, nonostante tutto, riesce ad affermarsi in un ambito prettamente maschile come gli scacchi. Abbiamo voluto puntare la luce su un aspetto importante di questa miniserie che a volte viene poco considerato e che invece è importante riscoprire.

Alessio Riccardi

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